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Articoli taggati con ‘Coaching’

30
lug

A scuola di coaching da mio figlio Michele

Cercare di essere un bravo genitore è un dovere piuttosto impegnativo, e non sempre ci si riesce; quantomeno non in tutte le situazioni.

Ho letto un sacco di libri di carattere pedagogico, dai più divulgativi (tipo “Fate la nanna”… e chi non l’ha letto!!??) a quelli un po’ più di nicchia (tipo quelli di Rudolf Steiner) e devo dire che, soprattutto i secondi, mi hanno dato nozioni e spunti fantastici. Anche le conoscenze più strettamente legate al coaching e allo sviluppo personale, che indago da oltre vent’anni, mi stanno aiutando molto.

Mi sono trovato, e mi trovo tutt’ora, a trasmettere ai bimbi atteggiamento e approcci non dogmatici che possono aiutare loro a vivere meglio sotto ogni profilo. Spero ovviamente che tutto ciò porti i risultati sperati.

Ma veniamo al tema del titolo.

A scuola di coaching da Michele.

Mio figlio Michele ha attualmente 4 anni e 1/2. Come molti altri bambini della sua età, vive momenti di sicurezza ed altri di timidezza. Questi ultimi sono quelli che noi genitori soffriamo di più e nei quali le persone (adulte) che lo incontrano e che cercano di accattivarsene le simpatie gli dicono frasi del tipo: “oh… ma sei un bambino timido…” e io dentro ribollo…

Da qualche settimana mi sono accorto che nelle situazioni in cui si sente inadeguato, timido, in difficoltà, non all’altezza, fa una determinata cosa. Questa cosa, dal mio punto di vista, è una trovata intelligentissima, anche perchè FUNZIONA! E’ una sorta di ristrutturazione mentale mista a un cambio di prospettiva e di sottomodalità percettive. Da quando l’ho notato la prima volta, ho iniziato ad osservarlo con più attenzione ed ho potuto vedere come e quando la mette in azione.

Ad esempio lo fa soprattutto con persone. Quando qualcuno lo mette in difficoltà o imbarazzo Miki applica la sua fantastica tecnica e, ripeto, funziona!

Prima intimorito, si nasconde dietro le mie gambe (piccino, ma quanto mi fa tenerezza???), dopo aver applicato la sua fantastica tecnica sorride ed esce dal suo “rifugio” con la sua solita aria baldanzosa.

E’ così furba che secondo me varrebbe la pena di trasmetterla e insegnarla anche ad altri bimbi.

Metaforicamente sarebbe fantastica anche per gli adulti, intendiamoci, ma per i bimbi secondo me “spacca davvero”!

Come? vuoi sapere di cosa si tratta? Ah… hai anche tu dei bimbi… e ogni tanto si nascondono dietro le tue gambe un po’ intimoriti?

Ok, ok… ecco LA FANTASTICA TECNICA DI MIKI schematizzata in soli 3 passi:

1. Portare due dita (pollice e indice) vicino ad un occhio mentre si chiude l’altro.

2. Guardare la persona (o l’oggetto) che crea il disagio attraverso le due dita

3. Allontanare le dita dall’occhio mantenendo però la dimensione/distanza dell’oggetto ed escalamare con soddisfazione…

TU SEI GRANDE COSì!

Non è geniale?

Provare per credere. Ciao!

16
gen

Charlie Chaplin… che grande Coach sarebbe stato!

Ai giovanissimi il nome di Charlie Chaplin non dirà nulla, nemmeno quello di Charlot! Si tratta del personaggio più illustre interpretato dallo straordinario attore americano premio oscar per la carriera.

Perchè dico che sarebbe stato un bravo coach? Beh, intanto perchè sono convinto che una persona in grado di trasmettere emozioni solo con il linguaggio non-verbale, come lui sapeva fare, sia un grande comunicatore, caratteristica importantissima per essere un bravo coach. Inoltre perchè aveva l’abilità straordinaria di recitare egregiamente parti comiche come parti drammatiche. Sapeva quindi immergersi completamente in uno stato interiore coerente con l’emozione che  doveva trasmettere. In altre parole sapeva “recitare” senza fingere.

Ma il vero motivo di questo mio post è legato a un video che ho scovato sulla rete. E’ tratto da un film straordinario che vidi per la prima volta quando ero piccolo. Il film si intitola “Il grande dittatore” e questo video è un montaggio più che mai attuale del toccante “Discorso all’umanità” che il protagonista del film tenne in maniera solenne.

Le sue parole sono pazzesche e… non ti spiego oltre. Guardati il video.

Buona visione.

31
dic

Protetto: Personal coaching con Livio Sgarbi per un 2013 strepitoso. Only for ECA’s members.

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1
dic

Quando il Mental Coaching va contro corrente e ti aiuta a rallentare anzichè spingere sull’acceleratore.

Chi mi ingaggia come Mental Coach mi chiede quasi sempre di andare più veloce, di ottenere di più, di migliorare le performance, di incrementare i guadagni, di aumentare i profitti, ecc. Ed io, senza falsa modestia, penso proprio di essere bravo nel fare questo.

Tuttavia, sono il primo a sollecitare i miei clienti nel trovare un giusto equilibrio tra performance e godimento; tra impegni professionale e famigliari. Spesso correre verso gli obiettivi ci impedisce di godere dei fantastici momenti che la vita ci offre.

Ti invito a riflettere per qualche istante.

Immagina di essere in autostrada mentre di fretta ti rechi ad un appuntamento. Il tuo unico obiettivo è arrivare a destinazione il prima possibile. Il viaggio è solo un veicolo per raggiungere il tuo scopo. Non ti interessa guardare il paesaggio attorno a te, goderti il viaggio, anzi,  potrebbero distrarti.

Ora invece immagina di fare una bella sgambata in bicicletta tra le stradine di campagna, senza una vera meta da raggiungere. Semplicemente una “passeggiatina” su due ruote per passare la giornata. In questo caso non ti sentiresti attratto dal paesaggio? Non ti godresti il solo fatto di stare all’aria aperta?

Ecco, nella vita credo che sia importante vivere entrambe le situazioni. Ci sono momenti in cui è importante realizzare obiettivi, e momenti in cui ci si gode il momento, ovunque noi siamo e qualsiasi cosa facciamo.

Purtroppo però… eh sì, c’è un però! La vita frenetica che viviamo oggi porta ad uno sbilanciamento incredibile. E’ sempre più complicato non farsi travolgere dai ritmi incalzanti e dalla frenesia collettiva.

Oggi mi è arrivata una email da un’amica contenente un file, “guardacaso” (se credi alla casualità:-)), proprio inerente a questo tema. Non ci ho pensato due volte e ho deciso di condividerne il contenuto affinchè anche tu potessi beneficiarne.

Si tratta di una poesia molto bella che, pare, sia stata scritta da un’adolescente malata terminale di cancro. Non ho verificato la veridicità della fonte, ma a poco importa. La realtà è che la poesia è molto bella e… fa pensare! Spero anche che faccia agire.

DANZA LENTA

La vita non è una corsa. Prendila piano. Ascolta la musica.

Hai mai guardato i bambini in un girotondo? O ascoltato il rumore della pioggia quando cade a terra?

O seguito mai lo svolazzare irregolare di una farfalla? O osservato il sole allo svanire della notte?

Faresti meglio a rallentare. Non danzare così veloce. Il tempo è breve.
La musica non durerà.

Percorri ogni giorno in volo? Quando dici “Come stai?” ascolti la risposta?

Quando la giornata è finita ti stendi sul tuo letto
con centinaia di questioni successive che ti passano per la testa?

Faresti meglio a rallentare. Non danzare così veloce Il tempo è breve.
La musica non durerà.

Hai mai detto a tuo figlio, “lo faremo domani?” senza notare nella fretta, il suo dispiacere?

Mai perso il contatto,
con una buona amicizia che poi finita perchè
tu non avevi mai avuto tempo di chiamare e dire “Ciao”?

Faresti meglio a rallentare. Non danzare così veloce Il tempo è breve.
La musica non durerà.

Quando corri cosi veloce
per giungere da qualche parte
ti perdi la metà del piacere di andarci.

Quando ti preoccupi e corri tutto
il giorno, come un regalo mai aperto . . . gettato via.


La vita non è una corsa.

Prendila piano.

Ascolta la musica.

15
ott

Si torna al passato! Finalmente una bella iniziativa dal mondo del calcio.

<<Pari o dispari?>>Bimbi giocano a calcio

<<Pari>>

<<Io dispari>>

<<Bim, bum, bam.. 2 +3 = 5. Dispari. Scelgo per primo io!>>

Tutto iniziava così. In un giardino, in una piazzetta o in una strada poco trafficata. Due bimbi, i capitani, che si accordavano per scegliersi i componenti della squadra. I pali fatti con le maglie e i giubbotti ammucchiati a terra; niente fuori gioco; ma soprattutto… niente arbitro. Fallo, punizione, rigore, fuori, alta, rete… tutto deciso “a buon senso”.

Nel gruppo c’era ovviamene chi voleva sempre aver ragione, chi discuteva e chi lasciava stare; chi si arrabbiava e chi calmierava gli animi. Tanto alla fine si trovava sempre un equilibrio e ci si divertiva come dei matti. Ogni tanto si bisticciava, ma il giorno dopo tornavamo lì a giocare di nuovo, magari nella stessa squadra. Tutto iniziava e moriva lì.

A pensarci oggi sembrano passati mille anni e i ragazzini di oggi sembrano così… diversi da come eravamo noi. Immaginare una partita di calcio autoarbitrata sarebbe pura utopia…

… e invece no! Gianni Rivera, responsabile del settore giovanile scolastico della FIGC, ha istituito per la categoria pulcini (8-10) anni, le partite autoarbitrate. Proprio come si faceva una volta all’oratorio. Se funzionava una volta, funzionerà anche adesso.

I bambini sono bambini e devono divertirsi. Non ho dubbi sul fatto che a quella età riusciranno a gestirsi. Difatti il propblema non sono i bambini. Il problema sono I GENITORI! Affermazione decisamente forte, ma lo dico con cognizione di causa. In qualità di Mental Coach sportivo lavoro spesso con atleti giovani, e molte volte l’influenza dei genitori, ancorchè mossa a fin di bene e inconsapevole, fa più danni della grandine.

In alcuni sport più che in altri (e il calcio è uno di questi) le aspettative dei genitori sono tali da generare nel ragazzo tensioni e pressioni che non dovrebbero esistere in quella fase. La cosa curiosa è che i genitori affermano di non interferire assolutamente, nel bene e nel male. Ritengono di essere neutrali, di essere meramente degli accompagnatori, eppure, quando mi capita di assistere alle gare insieme a loro… beh, lasciamo perdere.

Sono curioso di sentire le reazioni degli adulti fuori dal campo, quando i bambini decideranno per una cosa piuttosto che per un’altra. Si sentiranno commenti, teste che si squotono e braccia al cielo… mentre i bambini avranno già ripreso a correre e a divertirsi. :-) Che bella lezione sarebbe!

Spero ardentemente che l’inizuativa produca esiti positivi affinchè si possa creare una nuova tendenza e ritrovare nello sport quello spirito agonistico sano e formativo che lo sport dovrebbe sempre avere. Quantomento con i bambini.

Sarebbe l’opportunità per insegnare loro a responsabilizzarsi, insegnare a non scaricare le proprie frustrazioni sugli altri (gli arbitri), a non simulare, a trovare un equilibrio sociale e di gruppo… ci sono svariate implicazioni positive che sarebbe un peccato perdere.

Forza allora… andiamo a giocare!

18
ago

In montagna a lezione di coaching.

Ho sempre scelto il mare alla montagna. Nonostante ami camminare, la vacanza d’estate non era tale se non c’era il mare di mezzo. La montagna in inverno, per sciare, e il mare in estate. Conto sulla punta delle dita di una mano, le volte che sono stato in montagna d’estate per fare delle escursioni e camminare. Una di queste l’ho proprio fatta pochi giorni fa, e mi è piaciuta talmente che mi sono ripromesso di farne con continuità.

Come oramai saprai, amo fare collegamenti tra le esperienze di vita quotidiana e la crescita personale. Credo profondamente che la vita continui ogni giorno a darci lezioni preziosissime, a volte mascherate da semplici “faccende da sbrigare” e altre volte mascherate da attività più impegnative. Il coaching che amo fare, si nutre di questi parallelismi.

Sta di fatto che mi lascio coinvolgere volentieri nell’organizzazione di questa “simpatica spedizione”: eravamo tre adulti, tre bimbi e un cane. Arriviamo al rifugio “Battisti” dopo  un’ora e mezza di camminata. Prendiamo alloggio, e ci andiamo a fare una bella passeggiata fino al lago Bargetano, dopodichè si rientra in rifugio.

Il giorno dopo si parte per la cime del monte Cusna. Sono “solo 2121 m” non si tratta di un ottomila, intendiamoci,  ma quando guardi un monte da lontano, soprattutto se lo vedi immerso nelle nuvole e scuro per l’ombra, incute sempre un po’ di timore. Il primo pensiero che abbiamo avuto tutti, essendo alle prime armi, è stata “troppo lunga, e difficile arrivare lassù in cima”. Non abbiamo avuto il coraggio di dirlo apertamente, ma lo abbiamo pensato tutti.

In quei pensieri la mia voce interna mi ha tranquillizzato: “lo fanno tutti, anche i bambini, quindi… è solo questione di mettersi in marcia”. E così abbiamo fatto. La camminata è stata abbastanza lunga e, per un primo tratto (1h 15 min), la vetta del monte non si vedeva nemmeno perchè coperta da un crinale. Questo è stato un bene perchè sennò ci avrebbe ricordato il pensiero iniziale. Così, il nostro obiettivo è stato subito portarci alle pendici del crinale. Dopodichè, il secondo obiettivo è stato salire sul crinale. Ripido e un po’ faticoso (soprattutto per i bimbi) ma alla fine siamo stati premiati dall’incantevole vista. Da una parte i monti delle Alpi liguri e dall’altra le colline e le valli del reggiano: la pietra di Bismantova, il Ventasso, ecc.

A quel punto vediamo di nuovo la vetta del Cusna, e ci ricordiamo che l’obiettivo è sempre là, ancora distante. Individuiamo due punti intermedi: la stazione finale di una seggiovia, e una punta rocciosa da aggirare abbastanza bruttina da vedere. La cartina la indicava con lo spettrale nome di: “La roccia della morte”. Meglio non chiedersi il perchè… Proseguiamo. La punta del Cusna è sempre più in ombra e appare abbastanza impervia da raggiungere. Mi chiedo come sia possibile che ci facciano arrivare dei bambini… mah! Forse sono io che vedo qualcosa che non è come sembra, e mi dico: “prosegui, arrivaci quantomeno ai piedi”.

Superiamo la roccia e la seggiovia. A questo punto dobbiamo passare lateralmente da una cima che si trova proprio a fianco della nostra meta ultima. Il sentiero è stretto e alla sinistra c’è un dirupo abbastanza preoccupante… penso ai bimbi. Chiedo loro di fare attenzione e, sempre con tranquillità e motivazione, ci portiamo avanti fino ai piedi della cima. Alla fine ci troviamo proprio di fronte all’obiettivo e, dopo aver camminato per due ore e mezzo, non abbiamo la minima intenzione di fermarci qui.

Fortunatamente ci sono due vie per raggiungere la vetta: una diretta dove si arrampica una parete esposta e una più semplice che aggira il monte e sale da dietro. Ci avevano caldamente sconsigliato la prima (riservata ai più esperti) così decidemmo di prendere la strada più lunga ma più sicura. Altri 40 minuti e alla fine… siamo sulla vetta del monte.

I bimbi sono elettrizzati, e stranamente anche io mi sento nello stesso modo. Si tratta di un monte piuttosto basso e con un percorso a zero difficoltà eppure la sensazione era davvero forte. Avevamo conquistato un obiettivo che ci sembrava quasi impossibile da giù! E allora, mentre sono lì in cima, penso alla vita di tutti i giorni; a come sembrino irraggiungibili gli obiettivi quando li guardi da lontano. Penso a quante persone si scoraggino ancor prima di cominciare e per questo motivo non si mettono nemmeno in marcia.

Nella disceva per tornare al rifugio, penso a cosa ci ha permesso di arrivare alla meta, nonostante le perplessità iniziali e ne traggo alcuni punti che ritrovo essenziali anche nella vita:

  • Ci siamo comunque messi in marcia. Alla peggio avremmo fatto una bella passeggiata sul crinale e visto un panorama fantastico.
  • Non ci siamo demotivati o scoraggiati a vicenda. Nonostante tutti avessimo pensato alla possibilità di non farcela (anche per i bimbi), nessuno a cercato di “dissuadere gli altri dall’impresa.
  • Ci siamo fissati piccoli obiettivi di volta in volta: il crinale; la seggiovia; la roccia della morte, ecc.
  • Quando incontravamo persone di ritorno dalla vetta, attingevamo sempre più fiducia.
  • Tutti eravamo motivati dall’idea di arrivare in vetta.

Sono convinto che se nella vita riuscissimo sempre ad avere questo atteggiamento, potremmo conquistare un sacco di “vette” in più.

Ci vediamo sulla vetta! Buona camminata.

11
lug

La mia prima gara di Triathlon! Ecco un altro modo per conoscere meglio se stessi.

Di modi per conoscersi ce ne sono infiniti, così tanti che spesso ci si perde e alla fine si fatica a capire bene chi siamo veramente.

Da oltre vent’anni mi occupo di sviluppo personale e in modo particolare, negli ultimi quindici anni, di coaching. Senza falsia modestia posso dire di conoscermi bene. Ho avuto motissime opportunità per interrogarmi su questioni personali, interiori, introspettive e non solo, e dalle conclusioni tratte ne è sempre uscito un profilo nel quale mi sono identificato con piacere.

Negli ultimi 4-5 anni le mie attenzioni si sono concentrate soprattutto verso un approfondimento spirituale, fuori dalla mia zona di comfort fatta di fisiologia e fisicità. Mi sono quindi dedicato a conoscere me stesso da un punto di vista più intimo e trascendente.

Questa introduzione per dire che, qualche mese fa, mi misi in testa di vivere un’esperienza agonistica mai fatta prima, in uno sport in cui non necessitano abilità tecniche particolari ma solo gran allenamento: il Triathlon. Volevo tornare a vivere un’esperienza fisicamente sfidante. Lo decisi soprattutto perchè si tratta di tre discipline sportive altamente “allenanti”: nuoto, bici e corsa. Quale modo migliore per tenersi in forma?

Lascia che ti racconti com’è andata.

Dovevamo essere un gruppetto di 5-6 persone ma alla fine rimaniamo in due. Per fare le cose per bene, chiediamo aiuto a un trainer professionista per preparare le tabelle di allenamento, per monitorarci e per alcune spiegazioni tecniche assolutamente da conoscere per potersi cimentare in questo sport. La scelta del trainer è stata facile. Marco Caggiati, direttore del sito www.allenamentofitness.com nonchè trainer al nostro Vitality Coaching. La persona che mi ha fatto venire voglia di Triathlon!!

Ci incontriamo, ci fa un minimo di training sulla tecnica e ci consegna le tabelle di allenamento.

Te la faccio breve. Credo di essere stato uno dei suoi “peggiori clienti”, povero Marco. In buona sostanza mi sono presentato alla gara con meno di 100 km all’attivo in bici, con una decina di sessioni in piscina e un po’ meno di corsa. “Dannato ritmo di lavoro!!” ;-)

Ma veniamo al giorno della gara. Mi presento alle 9,30 in studio da Marco. Ci cambiamo, mettiamo il necessario in uno zainetto, inforchiamo la bici e ci avviamo verso il campus universitario, sede della manifestazione.  Per me è tutto nuovo. Mi piace. Si respira un’aria molto piacevole, un happening in clima festaiolo. Vado in segreteria e mi consegnano il pacchetto gara, con il mio numero (218). Marco mi aiuta a prepararmi e ci avviamo verso la zona cambio dove preparo tutto per i miei transiti da una disciplina all’altra.

Arriviamo in piscina. Circa 250 iscritti divisi in 8 batterie. Io, iscritto come amatore, sono nell’ottava, l’ultima. Partiamo intorno alle 12,30. Quasi due ore di attesa nelle quali non facevo altro che bere e mangiare… avevo voglia di partire. Mentalmente ero prontissimo… mentalmente!

Nuoto.

Arriva il nostro turno. Nella mia corsia siamo in 6 persone. Prima di cominciare ci scambiamo i tempi di percorrenza per decidere l’ordine in cui partire. Io partirò per terzo.

Si parte. I primi due, che avevano dichiarato tempi intorno ai 13-14 min per 750m di percorrenza, vanno come delle schegge. Io cerco di stargli dietro e ci riesco per le prime tre vasche, dopodichè mi accorgo che è un passo per me insostenibile. Non riesco a trovare il mio ritmo e entro in piena crisi. Faccio fatica a respirare. Respiro ogni due bracciate, mentre di solito respiro ogni tre… vado in affanno. Provo a rallentare. Mi sorpassano tutti, ma io continuo ad essere in affanno. Non capisco. Non mi era mai capitato. Mi fermo per qualche istante e sento la voce di un giudice che mi chiede se era tutto a posto… Tutto a posto un cazzo, avrei voluto rispondere (la Gatta avrebbe apprezzato nda) ma la mia testa fa si, e riprendo con le bracciate. Sono ancora in affanno e quando mi accorgo che c’era una parte di me che voleva fermarsi e pensava di non farcela, da buon coach inizio a parlare con me stesso: “ok Livio, stai calmo, immagina di essere in piscina a Reggio e di stare allenandoti come il solito… respira e trova il tuo ritmo”.

Finalmente eccolo, trovato! Poco alla volta inizio a nuotare con i miei tempi. Nel frattempo mi accorgo di essere l’ultimo. Gli altri sono già usciti. Accelero il ritmo e, nonostante il fiato corto, le braccia spingono. Il giudice mi avvisa che mancano due vasche… ancora??? ma non erano già finite??? dai Livio… oramai si va fino alla fine!

Esco dalla vasca, e lì mi accorgo che ero l’unico rimasto. Ero proprio l’ultimo, stavano disallestendo la piscina… accenno a un sorriso e me ne vado.

Vabbè fa niente, proseguiamo. Si corre verso la zona cambio. E mentre corro sento il fiato corto per la nuotata e penso che prima della corsa c’è la bici!  Mi dico: “una cosa alla volta Livio, una cosa alla volta. Ora c’è da pedalare, alla corsa pensi poi dopo”.

Arrivo in zona cambio, mi infilo calze, scarpe, numero, occhialini e casco e via che si parte. Attorno a me sento chiamare il mio nome: era Marco che, essendo partito in quarta batteria e avendo fatto un buon tempo, aveva già finito. Grande Marco.

Bici.

La poca praticità mi porta a perdere qualche secondo per agganciare le scarpe ai pedali, ma una volta agganciati mi metto in piedi a spingere. La bici era ed è la mia “parte debole”, quella che avevo allenato meno e, a giudicare com’è andato il nuoto, inizio a realizzare che avrei finito la gara per ultimo. Ultimo capisci? Nella mia vita non ricordo di essere mai arrivato ultimo a una gara/competizione… Inizio a pensare alla delusione ma poi mi dico: “forse devi proprio vivere questo tipo di esperienza. A 45 anni forse devi capire che arrivare ultimi non cambia la tua vita e che quel che conta è portare a termine la gara dando tutto te stesso.” Mi viene in mente il corso Impara dai Campioni. Il video di Derek Redmond... “Livio, devi dare tutto te stesso ed essere orgoglioso per il semplice motivo che stai mantenendo fede al tuo impegno, che dai tutto te stesso”.

Quindi inizio a pedalare a più non posso, pur consapevole di non avere forza e resistenza per tenere grandi ritmi. Dietro di me sento il rumore di uno scooter, mi giro per vedere. E’ il giudice che “chiude la corsa”. Ancora una volta, mi ricordano che sono l’ultimo!! Questa pensiero mi accompagna per tutta la corsa in bici. Ovunque passo, vedo gli assistenti al percorso con la bandierina, che fanno segni con le mani al motorino. Conosco il linguaggio del corpo, ma chiunque si sarebbe accorto che stavano chiedendo: “ultimo vero?”. Ho conferma dei miei pensieri quando, al giro di boa, li vedo proprio mentre salgono sui motorini per lasciare la loro postazione. Insomma, dopo di me il vuoto!:-)

Più realizzo di essere l’ultimo e più penso che devo onorare la mia presenza lì e quindi nel ritorno spingo ancora di più, complice anche un falso piano leggermente in discesa.

Giungo all’arrivo e i giudici mi intimano di scendere dalla bici. io in trance totale quasi mene dimentico e pianto un’inchiodata degna di Valentino Rossi. Sgancio i pedali e mi avvio di nuovo in zona cambio. Poso la bici, mi tolgo le scarpe e il casco, mi infilo le scarpette e via di nuovo.

Sento di nuovo la voce di Marco. Stavolta lo vedo anche mentre mi scatta qualche foto. Mi viene in mente la sua voce quando, in ufficio, mi spiegava che la sensazione fisica di quando smonti dalla bici e inizi a correre è davvero sgradevole. Vero! sono d’accordo. I primi metri mi sento legato, impacciato e lento.

Corsa.

Parto piano, cerco di prendere il mio ritmo e di sciogliermi per bene. Al primo spugnaggio e ristoro sento la vita riprendersi il suo posto dentro di me. Proseguo al mio ritmo. Vedo davanti a me una persona andare a passo d’uomo e mi dico: “Prendilo Livio, arriva penultimo!” Accelero… lo prendo. Poi ne vedo un’altro in lontananza che mi sembra andare un po’ lento… prendo anche lui! Poi accelero un po’ e ne prendo un altro e poi un altro ancora… insomma la corsa non mi tradisce e recupero un po’ di posizioni. L’ultimo kilometro vado come un treno e mi becco mentre ripeto ad ogni passo un mantra: mi spiace, perdonami, grazie, ti amo. Era per il mio corpo. Sentivo che stava lottando per me. Io mentalmente lo costringevo a fare di più e lui mi stava sostenendo.

Sensazione straordinaria.

Dirittura d’arrivo, sento la gente che mi incita e io accelero e stranamente mi sento fresco e riposato. Sensazione che perdo l’istante dopo aver oltrepassato il traguardo… ovviamente. :-)

Mi sento stanco, stanco e soddisfatto. Vado al ristoro per bere e ci rimango per mezz’ora. Credo di aver bevuto bicchierini d’acqua e integratori salini per almento due litri.

Più passa il tempo e più la stanchezza lascia il posto a quella tipica sensazione di benessere mista a soddisfazione che si prova dopo aver fatto un bell’allenamento e dopo aver portato a termine un impegno importante. Ci tengo a sottolineare che non si trattava di un Ironman… intendiamoci, era solo una Sprint, ma per me era la prima volta e valeva tanto quanto.

Bella esperienza. Da ripetere. Da migliorare. Mi soffermo a ripensare alla gara, alle emozioni contrastanti provate, alle mie reazioni emotive e psicologiche… e piacevolmente, quasi commosso… ritrovo me stesso!

Felice di essere te. Ciao Livio!

P.S. Ah, il mio obiettivo dichiarato era quello di stare sotto l’ora e mezza di gara.

Tempo: 1:27:08. Missione compiuta!

9
lug

ABC del Coaching: a scuola da Alonso.

Alla domanda “Come si mantiene la voglia di non mollare di fronte allo strapotere della Red Bull?”

Alonso risponde: “Il metodo è molto semplice: devi illuderti di poter vincere. L’illusione tiene in vita la speranza e motiva tutto il gruppo. Il mondiale non è ancora finito e se io e Massa cominciamo a vincere, si risucchiano punti”.

La linguistica non è perfetta ma il succo è assolutamente centrato. Pensando di potercela fare si riesce ad attingere a risorse in più e lui, da Campione quale è, lo sa benissimo. Linguisticamente, nella nostra lingua il termine illusione lascia un po’ intendere che non si potrà realizzare. Per noi illudersi di qualcosa significa presupporre poi una delusione. In realtà il termine in oggetto può avere un’accezione completamente diversa legata al pensare a qualcosa in maniera tanto convincente da credere che si tratti della realtà! Questo a prescindere da ciò che avverrà in seguito. In questo caso significherebbe usare la mente in maniera strategica assecondandone la sua natura immaginativa.

Noi sappiamo che la mente umana non distingue cose vividamente immaginate da cose realmente vissute. Qualsiasi cosa che riusciamo a credere in maniera profonda si può trasformare nella nostra realtà soggettiva, e noi sappiamo bene il potere che questa ha sulla nostra stessa vita.

Tutti i grandi Campioni dello sport hanno sperimentato sulla propria pelle il potere immaginativo e creativo della loro mente, chi in maniera consapevole e chi no, ma un campione che si rispetta, anticipa sempre nella propria mente ciò che vuole realizzare.

Come lo direbbe Alonso: si illude di potercela fare… e spesso ci riesce!

5
lug

Protetto: Trance Ipnotica per il recupero post traumatico

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3
lug

Djokovic a Wimbledon realizza il suo sogno di sempre: è il numero 1 al mondo.

Oggi si giocherà la finale del prestigiosissimo torneo di tennis di Wimbledon. Ad affrontarsi lo spagnolo Rafael Nadal, attuale numero 1 al mondo, e il serbo Novak Djokovic che, a prescindere dall’esito della finale, per una sertie di ragioni matematiche, da lunedì supererà in classifica il mancino di Maiorca.

Nole, così lo chiamano nel circuito, diventerà il nuovo numero 1 del mondo, e andrà così a realizzare il suo sogno di sempre.

In tempi non sospetti, mi riferisco a circa 4 anni fa, quando ancora giovanissimo perdeva all’ultimo turno di quali a Roma proprio contro “il mio Fognini”, lui già dichiarava che voleva diventare un top 10 e poi il numero uno al mondo. Aveva le idee chiare e sapeva che avrebbe fatto tutto ciò che sarebbe stato necessario per riuscire a farcela. Sapeva di essere speciale, era consapevole dei propri talenti, si è rinforzato ad ogni sconfitta per anni e anni e non si è neanche mai fatto mancare il divertimento. Nel circuito tutti conoscono le sue  imitazioni di Nadal, Mc Enroe e tanti altri.

Insomma, come spiego nel seminartio IMPARA DAI CAMPIONI, lui è uno degli esempi autorevoli da cui oggi varrebbe la pena di apprendere delle strategie per il successo.

Personalmente sono felice per lui. E’ un bravo ragazzo, l’ho conosciuto, e si merita il successo che sta realizzando. Inoltre mi appassiona il fatto di sapere che un ragazzo ha realizzato il sogno della sua vita, perchè mi conferma ancora una volta, che “si può fare!”. Non tutti ci riescono, ma si può fare e un giorno, chissà, magari presto, toccherà a te.

La domanda che devi farti è: “quando la vita deciderà di darmi questa grande opportunità, io sarò pronto?” Per non sbagliare, inizia a prepararti da subito. Allenati ad essere la persona giusta, per quando arriverà il momento giusto e ti troverai proprio nel posto giusto.

E oggi… tutti davanti alla tv per la finale.

Nel frattempo, divertiti a vedere Nole che imita Nadal.