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28 febbraio 2009

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L’Arte della Felicità

Una volta ad un corso mi è stato detto:

L’infelicità è determinata dalla differenza tra ciò che sei e ciò che vorresti essere, tra ciò che hai e ciò che vorresti avere.

Di conseguenza, colmare il gap significa rendersi felici.

Lavorare e darsi da fare per realizzare le proprie aspirzioni è quindi un’attività che oltre ad aiutare a raggiungere gli obiettivi può aiutare a rendersi felici.

Questo atteggiamento ha fatto parte della mia vita per lunghi anni. Ho sempre cercato di desiderare obiettivi e risultati ambiziosi, impegnandomi con tutto me stesso per realizzarli e, a prescindere dal risultato finale, il solo avvicinarmi al trasformare i desideri in realtà mi ha sempre reso molto felice.

Da un po’ di tempo a questa parte però, sento più mio un altro approccio alla felicità. Cercare di avere/essere ciò che desidero, sta lasciando il posto a…

desiderare ciò che ho/sono.

Livio Sgarbi presenta il libro del Dalai Lama L'Arte della FelicitàQuesto concetto l’ho appreso dalla lettura di un libro che ti suggerisco di leggere, si intitola proprio: “L’Arte della Felicità” scritto dal Dalai Lama e da Howard Cuttler.

Per il buddismo, il desiderio è importante, fondamentale. Senza il desiderio non potrebbe esserci la spinta all’evoluzione e al miglioramento sia personale che spirituale. Ma bisogna fare attenzione a non legare la felicità alla realizzazione del desiderio e degli obiettivi.

La felicità non viene dall’ottenimento di ciò che si desidera, ma dall’opposto: dal desiderare ciò che già si possiede.

Quando realizziamo un grande risultato, riusciamo a goderne giusto un po’, perchè subito dopo stiamo già pensando ad un nuovo obiettivo. Non è forse vero?

E non è forse vero anche che ci sono un sacco di persone ricche e possidenti assolutamente infelici? Questo dovrebbe farci quantomento stare all’erta e attenti a non cadere nella falsa credenza che la felicità dipende dal successo.

Per quanto mi riguarda, io continuo a desiderare e a darmi da fare per realizzare i miei desideri, perchè so che senza obiettivi si perdono gli stimoli al rinnovamento e all’evoluzione. Tuttavia mi sto abituando ad attingere felicità nell’apprezzare e nel desiderare ciò che possiedo e ciò che sono.

Un esempio banale: a volte lascio guidare la mia auto da un amico e mi metto al posto del passeggero. Guardare la mia auto dal punto di vista del non-proprietario me la fa vedere con gli occhi di chi non la possiede e mi chiedo: la vorresti Livio? La risposta è sì. In quel momento mi accorgo che sto desiderando qualcosa che ho, e mi da un’emozione di soddisfazione e felicità incredibile.

Ritengo la felicità, lo scopo ultimo della vita di ogni individuo, e sapersi rendere felice è un’arte nel vero senso della parola. Un’arte che va coltivata, nutrita e praticata quotidianamente.

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  1. Marco Ferraro (42 comments)
    mar 4 2009

    Direi che costruire la propria felicità è proprio un’arte e condivido con te Livio quello che hai scritto, ma per essere pienamente felici oltre che puntare in alto bisogna sentire sempre il proprio cuore, quindi il nostro Essere Interiore, lui sarà a guidarci nel realizzare quello che veramente vogliamo, se no ci ritroveremo a salire una scala che quando arriveremo in cima ci accorgeremo di averla appoggiata sul muro sbagliato!
    Complimenti ancora Livio!!!

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  2. Luigi (12 comments)
    mar 5 2009

    Potenza del marketing che plasma anche i nostri desideri :se non possiedi non sei ,per cui datti da fare per possedere e sarai felice.
    Un bel giochino ,inventato da un ‘essere umano evoluto ,per alimentare il consumismo sfrenato che abbiamo vissuto in questi anni.
    Il presente ha in se il germe della follia.Siedi su una bella macchina, la macchina dei tuoi sogni.Sei felice.Ma l’azienda che l’ha fabbricata sta fallendo.

    C’è di che riflettere.

    Saluti

    Replica

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