Sei sicuro di sapere ciò che vuoi? Steve Jobs ed Henry Ford possono aiutarti a capirlo.
Negli anni ’90, quando organizzavo e tenevo corsi di memorizzazione e lettura veloce, facevo delle conferenze gratuite nelle quali parlavo delle tecniche di memoria e poi presentavo e vendevo il seminario full immertion. La gente che veniva ad ascoltare le mie conferenze non sapeva minimamente di aver bisogno di migliorare le proprie performance mnemoniche, salvo pochi e sparuti casi.
Fintanto che non sperimentavano l’esperienza di riuscire a memorizzarre più velocemente e un maggior numero di informazioni con meno fatica e in meno tempo, la loro memoria non rappresentava un qualcosa da dover migliorare. Ma alla fine della presentazione, praticamente la totalità dei presenti, avrebbe desiderato frequentare il corso. Prima della presentazione, loro non sapevano di voler frequentare un corso di memoria, dopo lo sapevano.
Faccio un salto quantico e vado oltre oceano. Qualche anno fa, un genio chiamato Steve Jobs pensò di voler aggregare in un unico apparecchio elettronico, molteplici funzionalità: telefono, musica, foto, video, internet, email, agendaplanner, ecc… Non esisteva nulla di simile in commercio e probabilmente nessuna persona in quel momento (tranne lui) voleva un apparecchio simile, o forse sarebbe più giusto dire: “non lo voleva ancora“.
Dopo la presentazione ufficiale dell’iPhone però, milioni di persone si sono recate presso gli Apple Store per acquistarne uno. E’ diventato il prodotto più venduto di sempre. Le persone non lo sapevano; volevano altre cose, fino a quando Steve Jobs non gli ha detto che si poteva avere un apparecchio capace di eseguire tutte le funzioni possibili.
Faccio un altro salto quantico e vado indietro nel tempo… Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica, produsse le sue auto in un momento in cui le persone usavano ancora i carretti trainati dai cavalli. Una volta dichiarò: “se avessi chiesto alla gente cosa volevano, mi avrebbero risposto “un cavallo più veloce”, mentre io volevo vendergli un’auto“.
Questo concetto si può guardare da due diverse angolazioni.
La prima è quella del visionario. Se riesci a guardare oltre e a far vedere alle persone ciò che non sono abituati a vedere, le saprai anche guidare. Le indagini di mercato sui bisogni dei consumatori valgono fino a mezzogiorno. A volte le cose vanno in maniera diversa.
La seconda è quella di chi pensa di sapere ciò che vuole. Ne sei così sicuro? Ciò che noi vogliamo il più delle volte è legato a ciò che conosciamo. Conoscere più cose, vivere esperienze diverse, allargare la propria mappa del mondo, ci può aiutare a conoscere meglio ciò che vogliamo.
Something to think about!
Visto che ti ho parlato dei corsi di memoria ti comunico che Ekis ha deciso di riproporre questo straordinario corso ai suoi clienti. Ti interessa partecipare alla conferenza gratuita in cui presentiamo le tecniche e il corso?
Questo si che è talento e… sinegia!
Questo video è un’ottimo esempio di come si possa lavorare in sinergia. Uno dei tanti esempi che la creatività e il talento possono offrire.
Ognuno ha il suo compito; ognuno fa il suo, nessuno disturba l’altro; tutti contribuiscono al risultato finale; ognuno offre il proprio talento per un risultato di eccellente livello… con il minimo delle risorse.
Ah, tra l’altro, ma hai sentito quant’è bella questa canzone? Si intitola “Somebody That I Used to Know“
Qui trovi anche la versione originale.
Charlie Chaplin… che grande Coach sarebbe stato!
Ai giovanissimi il nome di Charlie Chaplin non dirà nulla, nemmeno quello di Charlot! Si tratta del personaggio più illustre interpretato dallo straordinario attore americano premio oscar per la carriera.
Perchè dico che sarebbe stato un bravo coach? Beh, intanto perchè sono convinto che una persona in grado di trasmettere emozioni solo con il linguaggio non-verbale, come lui sapeva fare, sia un grande comunicatore, caratteristica importantissima per essere un bravo coach. Inoltre perchè aveva l’abilità straordinaria di recitare egregiamente parti comiche come parti drammatiche. Sapeva quindi immergersi completamente in uno stato interiore coerente con l’emozione che doveva trasmettere. In altre parole sapeva “recitare” senza fingere.
Ma il vero motivo di questo mio post è legato a un video che ho scovato sulla rete. E’ tratto da un film straordinario che vidi per la prima volta quando ero piccolo. Il film si intitola “Il grande dittatore” e questo video è un montaggio più che mai attuale del toccante “Discorso all’umanità” che il protagonista del film tenne in maniera solenne.
Le sue parole sono pazzesche e… non ti spiego oltre. Guardati il video.
Buona visione.
La crisi uccide! Ma sì… diamo la colpa alla crisi.
E’ incredibile come il genere umano cerchi sempre un capro espiatorio. E’ difficile assumersi la responsabilità di come vanno le cose e soprattutto delle proprie decisioni. E’ difficile assumersi la responsabilità di come sia il nostro stato di salute fisica e mentale. E’ molto più facile e sbrigativo trovare qualcuno o qualcosa a cui attribuire le colpe delle nostre disfatte.
Le cose che sto per dire sono poco carine e forse provocatorie, ma credo che sia importante esprimerle.
Mi spiace davvero per l’epilogo tragico della vita di queste persone, e mi dispiace per il dolore arrecato ai loro cari. Mi spiace davvero. Tuttavia mi sento di esprimere il mio disappunto sull’interpretazione che ne viene data nell’articolo di cui ho riportato un pezzo. Non ho fatto una verifica ma ho motivo di pensare che altri media abbiano cavalcato la situazione per sfoderare titoli e versioni sulla stessa lunghezza d’onda.
Se accettiamo per buona la tesi che sia stata la crisi a provocare la morte di queste persone piuttosto che le loro scelte e le loro azioni degli ultimi anni (e non solo quelle di adesso) accettiamo di non avere alcun potere sul nostro destino. Accettiamo implicitamente che sia la crisi (e quindi le persone che hanno potere di manovra su di essa -- ossia politici e persone di potere) a decidere “che fine faremo”. Accettiamo di pensare che domani potrebbe capitare anche a noi. Accettiamo il fatto che un contesto avverso possa essere tanto più forte di noi da spingerci a toglierci la vita.
Posso capire le motivazioni che hanno condotto al suicidio, ma non accetto che si imputi la colpa alla crisi. Posso comprendere che la crisi abbia messo in grave difficoltà l’equilibrio finanziario della persona e della sua famiglia, ma questo non provoca automaticamente il suicidio. C’è un passaggio che manca, ed è un passaggio troppo importante da permettersi di liquidarlo in maniera così “superficiale”.
Nell’articolo del Corriere della Sera non si fa menzione delle convinzioni della persona; del suo stato psico-fisico; della sua forza interiore; del suo amore per la vita; del suo entusiasmo; del suo coraggio, ecc. Non si fa menzione di come abbia vissuto le sfide e le difficoltà negli ultimi mesi/anni. Non si fa menzione del sistema col quale queste persone fossero in grado di interpretare gli eventi ed attribuire loro giusti significati. Non si parla della consapevolezza circa se stessi e le proprie risorse.
E’ ovvio che non si parli di queste cose, lo capisco, ma credo che sia proprio lì che si nascondano le vere motivazioni che hanno causato il loro suicidio.
La crisi economica e le difficoltà sono stati sicuramente degli scatenanti, ma come lo sono per tutti. C’è però chi reagisce in un modo e chi in un altro. Non è la crisi ad uccidere, è l’uomo che uccide.
La forza interiore che ti impedisce un gesto tanto estremo e che ti aiuta a continuare a vivere in maniera decorosa e onorevole non dipende dalla crisi nè dal denaro che abbiamo o non abbiamo. La nostra forza interiore dipende da noi stessi. Dobbiamo mettercelo in testa una volta per tutte, e smetterla di veicolare messaggi diversi, altrimenti finisce che le persone ci credano davvero!
Non conosco la vita di questi individui, e non vorrei con quello che scrivo mancare in alcun modo di rispetto alle loro esistenze. Scrivo ovviamente per chi è in vita e per chi il vento di questa benedetta crisi se lo beccherà tutto in faccia. Scrivo per chi ha deciso di affrontarla qualsiasi cosa accada. Scrivo per coloro i quali vogliono provarci con tutto se stessi a venirci fuori. Scrivo per chi decide di voler essere felice a prescindere. Scrivo per dare forza e stimoli a chi vuole assumersi la responsabilità di quel che gli accadrà. Scrivo anche per chi questa crisi non la riconosce tale ed è continuamente alla ricerca di opportunità. Scrivo per chi sa intimamente che vivrà comunque una vita felice, degna di essere onorata fino in fondo.
Spero proprio di scrivere anche per te!
Suggerisco di cuore di guardare il film “Alla ricerca della felicità”, con Will Smith. Certo è un film di Holliwood, ma racconta una storia realmente accaduta.
Ecco un piccolo estratto.
PS. Piccola curiosità. Rileggi il titolo. LA CRISI UCCIDE, CINQUE GLI IMPRENDITORI SUICIDI. C’è un’enorme contraddizione di forma. E’ la crisi che ha ucciso, o sono gli imprenditori che si sono suicidati?
Il mio consueto messaggio di buon anno.
Ultimo giorno dell’anno. Stiamo per archiviare anche il 2011. Com’è andato?
A livello collettivo, dal punto di vista economico, politico, sociale è stato un anno molto duro. Spero invece che a livello individuale, per te, sia stato un buon anno.
Queste feste sono una boccata di ossigeno per aiutarci a riprendere fiato. Tra poco si riparte per una nuova avventura, il 2012, e abbiamo l’obbligo morale, ma anche il piacere, di fare di tutto per renderlo speciale. Ecco, vorrei partire da qui, dal piacere di rendere il 2012 davvero speciale, per noi stessi, per chi ci sta vicino e per tutte le altre persone che avremo modo di influenzare anche in maniera indiretta.
Questo audio l’ho appena registrato e contiene i miei auguri per te.
Quest’anno non mi sono limitato a fare gli auguri, ma ho voluto includere alcuni suggerimenti che possono apportare valore aggiunto alla tua vita.
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Buon 2012.
PS. Lascia un commento con i tuoi migliori auguri per tutti.
In montagna a lezione di coaching.
Ho sempre scelto il mare alla montagna. Nonostante ami camminare, la vacanza d’estate non era tale se non c’era il mare di mezzo. La montagna in inverno, per sciare, e il mare in estate. Conto sulla punta delle dita di una mano, le volte che sono stato in montagna d’estate per fare delle escursioni e camminare. Una di queste l’ho proprio fatta pochi giorni fa, e mi è piaciuta talmente che mi sono ripromesso di farne con continuità.
Come oramai saprai, amo fare collegamenti tra le esperienze di vita quotidiana e la crescita personale. Credo profondamente che la vita continui ogni giorno a darci lezioni preziosissime, a volte mascherate da semplici “faccende da sbrigare” e altre volte mascherate da attività più impegnative. Il coaching che amo fare, si nutre di questi parallelismi.
Sta di fatto che mi lascio coinvolgere volentieri nell’organizzazione di questa “simpatica spedizione”: eravamo tre adulti, tre bimbi e un cane. Arriviamo al rifugio “Battisti” dopo un’ora e mezza di camminata. Prendiamo alloggio, e ci andiamo a fare una bella passeggiata fino al lago Bargetano, dopodichè si rientra in rifugio.
Il giorno dopo si parte per la cime del monte Cusna. Sono “solo 2121 m” non si tratta di un ottomila, intendiamoci, ma quando guardi un monte da lontano, soprattutto se lo vedi immerso nelle nuvole e scuro per l’ombra, incute sempre un po’ di timore. Il primo pensiero che abbiamo avuto tutti, essendo alle prime armi, è stata “troppo lunga, e difficile arrivare lassù in cima”. Non abbiamo avuto il coraggio di dirlo apertamente, ma lo abbiamo pensato tutti.
In quei pensieri la mia voce interna mi ha tranquillizzato: “lo fanno tutti, anche i bambini, quindi… è solo questione di mettersi in marcia”. E così abbiamo fatto. La camminata è stata abbastanza lunga e, per un primo tratto (1h 15 min), la vetta del monte non si vedeva nemmeno perchè coperta da un crinale. Questo è stato un bene perchè sennò ci avrebbe ricordato il pensiero iniziale. Così, il nostro obiettivo è stato subito portarci alle pendici del crinale. Dopodichè, il secondo obiettivo è stato salire sul crinale. Ripido e un po’ faticoso (soprattutto per i bimbi) ma alla fine siamo stati premiati dall’incantevole vista. Da una parte i monti delle Alpi liguri e dall’altra le colline e le valli del reggiano: la pietra di Bismantova, il Ventasso, ecc.
A quel punto vediamo di nuovo la vetta del Cusna, e ci ricordiamo che l’obiettivo è sempre là, ancora distante. Individuiamo due punti intermedi: la stazione finale di una seggiovia, e una punta roccio
sa da aggirare abbastanza bruttina da vedere. La cartina la indicava con lo spettrale nome di: “La roccia della morte”. Meglio non chiedersi il perchè… Proseguiamo. La punta del Cusna è sempre più in ombra e appare abbastanza impervia da raggiungere. Mi chiedo come sia possibile che ci facciano arrivare dei bambini… mah! Forse sono io che vedo qualcosa che non è come sembra, e mi dico: “prosegui, arrivaci quantomeno ai piedi”.
Superiamo la roccia e la seggiovia. A questo punto dobbiamo passare lateralmente da una cima che si trova proprio a fianco della nostra meta ultima. Il sentiero è stretto e alla sinistra c’è un dirupo abbastanza preoccupante… penso ai bimbi. Chiedo loro di fare attenzione e, sempre con tranquillità e motivazione, ci portiamo avanti fino ai piedi della cima. Alla fine ci troviamo proprio di fronte all’obiettivo e, dopo aver camminato per due ore e mezzo, non abbiamo la minima intenzione di fermarci qui.
Fortunatamente ci sono due vie per raggiungere la vetta: una diretta dove si arrampica una parete esposta e una più semplice che aggira il monte e sal
e da dietro. Ci avevano caldamente sconsigliato la prima (riservata ai più esperti) così decidemmo di prendere la strada più lunga ma più sicura. Altri 40 minuti e alla fine… siamo sulla vetta del monte.
I bimbi sono elettrizzati, e stranamente anche io mi sento nello stesso modo. Si tratta di un monte piuttosto basso e con un percorso a zero difficoltà eppure la sensazione era davvero forte. Avevamo conquistato un obiettivo che ci sembrava quasi impossibile da giù! E allora, mentre sono lì in cima, penso alla vita di tutti i giorni; a come sembrino irraggiungibili gli obiettivi quando li guardi da lontano. Penso a quante persone si scoraggino ancor prima di cominciare e per questo motivo non si mettono nemmeno in marcia.
Nella disceva per tornare al rifugio, penso a cosa ci ha permesso di arrivare alla meta, nonostante le perplessità iniziali e ne traggo alcuni punti che ritrovo essenziali anche nella vita:
- Ci siamo comunque messi in marcia. Alla peggio avremmo fatto una bella passeggiata sul crinale e visto un panorama fantastico.
- Non ci siamo demotivati o scoraggiati a vicenda. Nonostante tutti avessimo pensato alla possibilità di non farcela (anche per i bimbi), nessuno a cercato di “dissuadere gli altri dall’impresa.
- Ci siamo fissati piccoli obiettivi di volta in volta: il crinale; la seggiovia; la roccia della morte, ecc.
- Quando incontravamo persone di ritorno dalla vetta, attingevamo sempre più fiducia.
- Tutti eravamo motivati dall’idea di arrivare in vetta.
Sono convinto che se nella vita riuscissimo sempre ad avere questo atteggiamento, potremmo conquistare un sacco di “vette” in più.
Ci vediamo sulla vetta! Buona camminata.
Parola d’ordine: Responsabilità! Questa sconosciuta.
Se c’è una parola che più di qualsiasi altra rappresenta per me l’essenza della maturazione e dello sviluppo di una persona, quella è Responsabilità. Letteralmente significa abilità nel rispondere e in soldoni significa attribuire a se stessi la forza e il potere da cui originano i risultati che otteniamo, nel bene e nel male. Ciò che ci accade non è per puro caso, anche quando può sembrare così.
L’errore più grande che una persona possa fare è proprio pensare di essere un fortunato/sfortunato, oggetto della casualità, attribuendo all’esterno le ragioni della propria felicità/infelicità.
Alla fine è sempre colpa di qualcosa o qualcuno, mai una nostra responsabilità.
Non conosco la Verità, quella con la V maiuscola, ma ho delle convinzioni forti a riguardo. Credo che assumendomi la responsabilità, conferisco a me il potere di cambiare e di influenzare, se non addirittura determinare, ciò che mi sta accadendo. Assumendomi la responsabilità posso assumere un ruolo attivo passando da oggetto a soggetto principale e protagonista.
Purtroppo però è difficile riuscire a inquadrare per bene quali siano le nostre responsabilità e quali no. Secondo alcune filosofie spirituali, qualunque cosa che arrivi a noi contiene in essa una nostra responsabilità, altrimenti non sarebbe arrivata fino a noi. Anche quando sembra totalmente, e sottolineo TOTALMENTE, estranea a noi e alla nostra capacità di influenza, c’è una piccola responsabilità che ci riguarda.
Forse può sembrare un po’ eccessivo, ma in un mondo che ci insegna a puntare il dito sempre verso l’esterno, e a farsi scivolare addosso qualsiasi cosa, preferisco un eccesso di responsabilità!
Quando perdo un po’ di convinzione a riguardo, mi basta aprire i giornali e leggere qualche articolo sui nostri politici e mi rimetto subito in sesto! Ricordo ancora le parole di Scajola quando disse di non sapere come e perchè qualcuno gli avesse depositato sul conto corrente quasi un milione di euro per pagare la sua casa. Fantastico… e io mi chiedo: “qual è la mia responsabilità in questo?”. La mia responsabilità è che tuttosommato, ho sempre assistito al siparietto della politica pensando che non fosse anche “cosa mia”, e invece eccome se lo è! Come dice Grillo sono dei dipendenti di noi Italiani e dovrebbero fare i nostri interessi… non solo i loro e non così spudoratamente e impunemente!!! In questo momento di evidente instabilità economica e politica ci sarebbe proprio bisogno di persone che si assumessero la responsabilità di come stanno andando le cose e di come farle andare meglio. Non credi anche tu?
Ma torniamo ad argomenti più vicini alla nostra quotidianità. Due dei temi più significativi per la vita di ogni persona, quali la salute e le relazioni, necessiterebbero di dosi massicce di responsabilità da parte di ognuno di noi.
Conosco poche persone che si assumono realmente la responsabilità del proprio stato di salute ad esempio. Lo dicono a parole ma non con i fatti. Ai primi sintomi di malessere sono pronti a recarsi in farmacia o dal medico per un qualsiasi rimedio, salvo poi reiterare gli stessi comportamenti che li avevano causato il male, d’altronde sarà sicuramente stato un virus, un batterio, il freddo, la vecchiaia, la genetica, ecc.
Lo stesso vale nelle relazioni. Si litiga con il/la partner ed è sempre colpa dell’altro; si discute con il capo ed è sempre una testa di c…; si impreca con l’automobilista perchè sicuramente va più lento di quanto dovrebbe… Se ci pensi, è sempre colpa di qualcuno…
La realtà è che non è una questione di colpe ma di responsabilità. La salute e le relazioni sono due aree della vita in grado di determinare il livello di felicità e soddisfazione di ognuno di noi. Lo dico con cognizione di causa, visto che da oltre dieci anni tengo un corso di ben 5 giorni interamente dedicati a questi temi (Vitality Coaching). Il mio obiettivo è quello di far diventare i partecipanti totalmente responsabili della propria salute e delle proprie relazioni. Lavoro arduo, difficile ma altamente gratificante.
Le cattive abitudini non vanno mai in vacanza. Vero, perchè al mare con me porto solo quelle positive!
Tra i tanti luoghi comuni che si sentono in giro c’è anche quello che dice che le cattive maniere/abitudini, non vanno mai in vacanza. In effetti chi è abituato a fare in un determinato modo, tende a ripetersi a prescindere da dove si trovi.
Coerente con la mia lotta contro la “programmazione mentale negativa” a cui spesso siamo sottoposti dall’ambiente che ci circonda, io mi sono attrezzato per poter mantenere fede alle mie abitudini potenzianti anche in vacanza. Mi sono portato attrezzatura per fare sport (occhialini per il nuoto, scarpette per correre, ecc.), libri sulla crescita personale, e scorta alimentare biologica. Senza diventarne schiavi intendiamoci (ci concediamo anche pranzi e cene al ristorante) intendo continuare a fare le cose che ritengo migliori anche quando sono in vacanza.
Non esistono scuse per non impegnarsi in qualcosa in cui si crede davvero. Al corso Vitality Coaching spiego con dovizia nei particolari cosa e come fare per vivere a livelli di energia altissimi e non farsi programmare il cervello da chi ha interesse a farci consumare le peggio cose, farmaci compresi.
Le vacanze, per me, sono un ulteriore opportunità per mangiare sano, fare attività sportiva, stare all’aria aperta, leggere, scrivere, sgombrare la mente e rigenerarsi. Le cattive abitudini preferisco proprio non portarle in vacanza e lasciarle chiuse in un cassetto in cantina… là dove nessuno le può scovare.
La mia prima gara di Triathlon! Ecco un altro modo per conoscere meglio se stessi.
Di modi per conoscersi ce ne sono infiniti, così tanti che spesso ci si perde e alla fine si fatica a capire bene chi siamo veramente.
Da oltre vent’anni mi occupo di sviluppo personale e in modo particolare, negli ultimi quindici anni, di coaching. Senza falsia modestia posso dire di conoscermi bene. Ho avuto motissime opportunità per interrogarmi su questioni personali, interiori, introspettive e non solo, e dalle conclusioni tratte ne è sempre uscito un profilo nel quale mi sono identificato con piacere.
Negli ultimi 4-5 anni le mie attenzioni si sono concentrate soprattutto verso un approfondimento spirituale, fuori dalla mia zona di comfort fatta di fisiologia e fisicità. Mi sono quindi dedicato a conoscere me stesso da un punto di vista più intimo e trascendente.
Questa introduzione per dire che, qualche mese fa, mi misi in testa di vivere un’esperienza agonistica mai fatta prima, in uno sport in cui non necessitano abilità tecniche particolari ma solo gran allenamento: il Triathlon. Volevo tornare a vivere un’esperienza fisicamente sfidante. Lo decisi soprattutto perchè si tratta di tre discipline sportive altamente “allenanti”: nuoto, bici e corsa. Quale modo migliore per tenersi in forma?
Lascia che ti racconti com’è andata.
Dovevamo essere un gruppetto di 5-6 persone ma alla fine rimaniamo in due. Per fare le cose per bene, chiediamo aiuto a un trainer professionista per preparare le tabelle di allenamento, per monitorarci e per alcune spiegazioni tecniche assolutamente da conoscere per potersi cimentare in questo sport. La scelta del trainer è stata facile. Marco Caggiati, direttore del sito www.allenamentofitness.com nonchè trainer al nostro Vitality Coaching. La persona che mi ha fatto venire voglia di Triathlon!!
Ci incontriamo, ci fa un minimo di training sulla tecnica e ci consegna le tabelle di allenamento.
Te la faccio breve. Credo di essere stato uno dei suoi “peggiori clienti”, povero Marco. In buona sostanza mi sono presentato alla gara con meno di 100 km all’attivo in bici, con una decina di sessioni in piscina e un po’ meno di corsa. “Dannato ritmo di lavoro!!”
Ma veniamo al giorno della gara. Mi presento alle 9,30 in studio da Marco. Ci cambiamo, mettiamo il necessario in uno zainetto, inforchiamo la bici e ci avviamo verso il campus universitario, sede della manifestazione. Per me è tutto nuovo. Mi piace. Si respira un’aria molto piacevole, un happening in clima festaiolo. Vado in segreteria e mi consegnano il pacchetto gara, con il mio numero (218). Marco mi aiuta a prepararmi e ci avviamo verso la zona cambio dove preparo tutto per i miei transiti da una disciplina all’altra.
Arriviamo in piscina. Circa 250 iscritti divisi in 8 batterie. Io, iscritto come amatore, sono nell’ottava, l’ultima. Partiamo intorno alle 12,30. Quasi due ore di attesa nelle quali non facevo altro che bere e mangiare… avevo voglia di partire. Mentalmente ero prontissimo… mentalmente!
Nuoto.
Arriva il nostro turno. Nella mia corsia siamo in 6 persone. Prima di cominciare ci scambiamo i tempi di percorrenza per decidere l’ordine in cui partire. Io partirò per terzo.
Si parte. I primi due, che avevano dichiarato tempi intorno ai 13-14 min per 750m di percorrenza, vanno come delle schegge. Io cerco di
stargli dietro e ci riesco per le prime tre vasche, dopodichè mi accorgo che è un passo per me insostenibile. Non riesco a trovare il mio ritmo e entro in piena crisi. Faccio fatica a respirare. Respiro ogni due bracciate, mentre di solito respiro ogni tre… vado in affanno. Provo a rallentare. Mi sorpassano tutti, ma io continuo ad essere in affanno. Non capisco. Non mi era mai capitato. Mi fermo per qualche istante e sento la voce di un giudice che mi chiede se era tutto a posto… Tutto a posto un cazzo, avrei voluto rispondere (la Gatta avrebbe apprezzato nda) ma la mia testa fa si, e riprendo con le bracciate. Sono ancora in affanno e quando mi accorgo che c’era una parte di me che voleva fermarsi e pensava di non farcela, da buon coach inizio a parlare con me stesso: “ok Livio, stai calmo, immagina di essere in piscina a Reggio e di stare allenandoti come il solito… respira e trova il tuo ritmo”.
Finalmente eccolo, trovato! Poco alla volta inizio a nuotare con i miei tempi. Nel frattempo mi accorgo di essere l’ultimo. Gli altri sono già usciti. Accelero il ritmo e, nonostante il fiato corto, le braccia spingono. Il giudice mi avvisa che mancano due vasche… ancora??? ma non erano già finite??? dai Livio… oramai si va fino alla fine!
Esco dalla vasca, e lì mi accorgo che ero l’unico rimasto. Ero proprio l’ultimo, stavano disallestendo la piscina… accenno a un sorriso e me ne vado.
Vabbè fa niente, proseguiamo. Si corre verso la zona cambio. E mentre corro sento il fiato corto per la nuotata e penso che prima della corsa c’è la bici! Mi dico: “una cosa alla volta Livio, una cosa alla volta. Ora c’è da pedalare, alla corsa pensi poi dopo”.
Arrivo in zona cambio, mi infilo calze, scarpe, numero, occhialini e casco e via che si parte. Attorno a me sento chiamare il mio nome: era Marco che, essendo partito in quarta batteria e avendo fatto un buon tempo, aveva già finito. Grande Marco.
Bici.
La poca praticità mi porta a perdere qualche secondo per agganciare le scarpe ai pedali, ma una volta agganciati mi metto in piedi a spingere. La bici era ed è la mia “parte debole”, quella che avevo allenato meno e, a giudicare com’è andato il nuoto, inizio a realizzare che avrei finito la gara per ultimo. Ultimo capisci? Nella mia vita non ricordo di essere mai arrivato ultimo a una gara/competizione… Inizio a pensare alla delusione ma poi mi dico: “forse devi proprio vivere questo tipo di esperienza. A 45 anni forse devi capire che arrivare ultimi non cambia la tua vita e che quel che conta è portare a termine la gara dando tutto te stesso.” Mi viene in mente il corso Impara dai Campioni. Il video di Derek Redmond... “Livio, devi dare tutto te stesso ed essere orgoglioso per il semplice motivo che stai mantenendo fede al tuo impegno, che dai tutto te stesso”.
Quindi inizio a pedalare a più non posso, pur consapevole di non avere forza e resistenza per tenere grandi
ritmi. Dietro di me sento il rumore di uno scooter, mi giro per vedere. E’ il giudice che “chiude la corsa”. Ancora una volta, mi ricordano che sono l’ultimo!! Questa pensiero mi accompagna per tutta la corsa in bici. Ovunque passo, vedo gli assistenti al percorso con la bandierina, che fanno segni con le mani al motorino. Conosco il linguaggio del corpo, ma chiunque si sarebbe accorto che stavano chiedendo: “ultimo vero?”. Ho conferma dei miei pensieri quando, al giro di boa, li vedo proprio mentre salgono sui motorini per lasciare la loro postazione. Insomma, dopo di me il vuoto!:-)
Più realizzo di essere l’ultimo e più penso che devo onorare la mia presenza lì e quindi nel ritorno spingo ancora di più, complice anche un falso piano leggermente in discesa.
Giungo all’arrivo e i giudici mi intimano di scendere dalla bici. io in trance totale quasi mene dimentico e pianto un’inchiodata degna di Valentino Rossi. Sgancio i pedali e mi avvio di nuovo in zona cambio. Poso la bici, mi tolgo le scarpe e il casco, mi infilo le scarpette e via di nuovo.
Sento di nuovo la voce di Marco. Stavolta lo vedo anche mentre mi scatta qualche foto. Mi viene in mente la sua voce quando, in ufficio, mi spiegava che la sensazione fisica di quando smonti dalla bici e inizi a correre è davvero sgradevole. Vero! sono d’accordo. I primi metri mi sento legato, impacciato e lento.
Corsa.
Parto piano, cerco di prendere il mio ritmo e di sciogliermi per bene. Al primo spugnaggio e ristoro sento la vita riprendersi il suo posto dentro di me. Proseguo al mio ritmo. Vedo davanti a me una persona andare a passo d’uomo e mi dico: “Prendilo Livio, arriva penultimo!” Accelero… lo prendo. Poi ne vedo un’altro in lontananza che mi sembra andare un po’ lento… prendo anche lui! Poi accelero un po’ e ne prendo un altro e poi un altro ancora… insomma la corsa non mi tradisce e recupero un po’ di posizioni. L’ultimo kilometro vado come un treno e mi becco mentre ripeto ad ogni passo un mantra: mi spiace, perdonami, grazie, ti amo. Era per il mio corpo. Sentivo che stava lottando per me. Io mentalmente lo costringevo a fare di più e lui mi stava sostenendo.
Sensazione straordinaria.
Dirittura d’arrivo, sento la gente che mi incita e io accelero e stranamente mi sento fresco e riposato. Sensazione che perdo l’istante dopo aver oltrepassato il traguardo… ovviamente.
Mi sento stanco, stanco e soddisfatto. Vado al ristoro per bere e ci rimango per mezz’ora. Credo di aver bevuto bicchierini d’acqua e integratori salini per almento due litri. 
Più passa il tempo e più la stanchezza lascia il posto a quella tipica sensazione di benessere mista a soddisfazione che si prova dopo aver fatto un bell’allenamento e dopo aver portato a termine un impegno importante. Ci tengo a sottolineare che non si trattava di un Ironman… intendiamoci, era solo una Sprint, ma per me era la prima volta e valeva tanto quanto.
Bella esperienza. Da ripetere. Da migliorare. Mi soffermo a ripensare alla gara, alle emozioni contrastanti provate, alle mie reazioni emotive e psicologiche… e piacevolmente, quasi commosso… ritrovo me stesso!
Felice di essere te. Ciao Livio!
P.S. Ah, il mio obiettivo dichiarato era quello di stare sotto l’ora e mezza di gara.
Tempo: 1:27:08. Missione compiuta!
ABC del Coaching: a scuola da Alonso.
Alla domanda “Come si mantiene la voglia di non mollare di fronte allo strapotere della Red Bull?”
Alonso risponde: “Il metodo è molto semplice: devi illuderti di poter vincere. L’illusione tiene in vita la speranza e motiva tutto il gruppo. Il mondiale non è ancora finito e se io e Massa cominciamo a vincere, si risucchiano punti”.
La linguistica non è perfetta ma il succo è assolutamente centrato. Pensando di potercela fare si riesce ad attingere a risorse in più e lui, da Campione quale è, lo sa benissimo. Linguisticamente, nella nostra lingua il termine illusione lascia un po’ intendere che non si potrà realizzare. Per noi illudersi di qualcosa significa presupporre poi una delusione. In realtà il termine in oggetto può avere un’accezione completamente diversa legata al pensare a qualcosa in maniera tanto convincente da credere che si tratti della realtà! Questo a prescindere da ciò che avverrà in seguito. In questo caso significherebbe usare la mente in maniera strategica assecondandone la sua natura immaginativa.
Noi sappiamo che la mente umana non distingue cose vividamente immaginate da cose realmente vissute. Qualsiasi cosa che riusciamo a credere in maniera profonda si può trasformare nella nostra realtà soggettiva, e noi sappiamo bene il potere che questa ha sulla nostra stessa vita.
Tutti i grandi Campioni dello sport hanno sperimentato sulla propria pelle il potere immaginativo e creativo della loro mente, chi in maniera consapevole e chi no, ma un campione che si rispetta, anticipa sempre nella propria mente ciò che vuole realizzare.
Come lo direbbe Alonso: si illude di potercela fare… e spesso ci riesce!



















