La madre degli imbecilli è sempre incinta.
Facebook è una realtà virtuale che restringe gli spazi. Avvicina le persone mettendole in contatto tra loro. Ti permette di conoscerle, ancorchè in forma virtuale, e di frequentarle.
Puoi sapere cosa fanno, cosa pensano, quali sono le loro abitudini, i loro amici… e loro possono fare lo stesso con te.
Certo non deve e non può sostituirsi alla conoscenza “dal vivo”, altrimenti sarebbe drammatico, ma approcciato nel giusto modo può aiutarci ad arricchire la nostra rete di amicizie e conoscenze.
Personalmente lo uso soprattutto per lavoro promuovendo le mie attività e creando network con le persone. Dunque pubblico una minima quantità di info personali e una notevole quantità di info professionali. Ho accordato l’amicizia ad oltre 5000 persone (superando la soglia massima concessa da Facebook) e raccogliendo altrettanti “Mi Piace” sul profilo pubblico.
Pubblico delle “notizie sponsorizzate” (si chiamano così) che vengono viste da oltre 300.000 persone!!!!!
Se penso a cosa si doveva fare in passato (negli anni ’80-’90) per mettersi in contatto diretto con altrettante persone, mi viene male al solo pensiero.
Tutto ciò, oltre a rappresentare una grande opportunità di business rappresenta anche una grande opportunità per analizzare e conoscere meglio il comportamento delle persone.
Ricevo messaggi e commenti ai post che pubblico quotidianamente, e la maggiorparte di questi sono di persone che commentano semplicemente, salutano, si scambiano idee, ecc.
Poi, invece ci sono commenti allucinanti. Ci sono persone che scrivono (spesso anche con modi maleducati e/o volgari) commenti aggressivi, denigratori e puramente distruttivi, il più delle volte (praticamente sempre…) ingiustificati.
Lasciando da parte la sostanza dei contenuti che davvero non è interessante, mi fermo invece a riflettere su: “perchè” queste persone si comportano così?
Il “Perchè” si può declinare in due modi: causa e scopo.
La Causa. Cosa spinge le persone a prendersi la briga di scrivere delle righe rispetto a qualcosa che apparentemente non gli interessa? A casa mia, se qualcosa non mi interessa non ci perdo tempo, passo e vado oltre. In mezzo a centinaia/migliaia di altri post non mi metto a perdere del tempo a commentare, a meno che non pensi di dare del contributo e del valore, allo scopo di migliorare qualcosa. Di sicuro non mi fermo per disprezzare. Eppure c’è chi lo fa!
Lo Scopo. Qual è la finalità per la quale lo fanno? Che risultato vogliono raggiungere? Qual è lo scopo del disprezzo? Qual è lo scopo della denigrazione; dell’offesa; dell’insulto? Non ci vuole una cima per comprendere che sono atteggiamenti e comportamenti distruttivi, per cui mi viene da pensare che lo scopo sia appunto quello di danneggiare. Che brutta vita deve fare chi va in giro adoperandosi per danneggiare il prossimo… no?
Un’ulteriore riflessione che facevo è riguardo a chi è oggetto di queste azioni. Di solito sono persone che stanno “facendo qualcosa”, nel senso che si stanno impegnando nel realizzare un risultato specifico. Sono persone che agiscono, che cercano di costruire qualcosa.
Più ti muovi e più rumore fai.
Più rumore fai e più desti attenzione… anche quella degli imbecilli!
Baumgartner si lancia da 39.068 metri. I limiti sono fatti per essere superati.
Proprio in questi giorni Ekis e il sottoscritto, hanno tenuto un addestramento ad una selezione dei migliori coach che in questi ultimi anni sono usciti dal Master in Coaching. L’addestramento verteva proprio sui limiti. Come superare i propri limiti e, ovviamente, come allenare gli altri a fare altrettanto.
Esistono evidentemente dei limiti che sono oggettivi, reali. In alcuni casi addirittura materiali; li puoi toccare. Eppure, oggi più che mai, i limiti che più ci trattengono dal realizzare i nostri sogni ed obiettivi, non sono quelli oggettivi, ma quelli soggettivi. Ossia, quelli mentali. Quelli che ci costruiamo noi stessi attraverso i nostri pensieri. Quei pensieri che poi diventano le nostre convinzioni più profonde, alle quali diligentemente il nostro inconscio risponderà coerentemente.
La maggiorparte delle persone attribuisce a cause esterne i propri insuccessi, le proprie sconfitte e le proprie frustrazioni. Il mio capo è un imbecille… la crisi… l’economia… la politica… l’educazione ricevuta… e, per chiudere in bellezza, la sfiga!
La mancanza di denaro, di conoscenze giuste, di cultura, di informazioni… la mancanza di tempo a disposizione… tutti limiti che oggettivamente possono esistere, ma che raramente costituiscono la vera ragione di fallimento nella realizzazione personale e professionale.
Qualsiasi limite oggettivo, viene nutrito e rinforzato dai nostri pensieri e dalle nostre convinzioni. Sono quest’ultimi che dobbiamo imparare ad affrontare e a superare. Sono i nostri limiti mentali che vanno abbattutti per primi; così facendo riusciremo a trasformare i limiti oggettivi in semplici ostacoli da superare o addirittura in veri punti di forza.
Certo bisogna sapere come si fa. Come è possibile abbattere un limiti nella nostra mente? Beh tanto per cominciare bisogna prendere atto che un limite è tale fintanto che non viene superato, e tutti i limiti prima o dopo vengono superati. Difficile da credere ma è così. Cento anni fa, se qualcuno avesse detto che sarebbe stato possibile parlare e vedersi da un apparecchietto piccolino (un iPhone nda) lo avrebbero preso per pazzo. Se poi avesse detto anche che un giorno, una voce da una scatoletta avrebbe potuto dare le indicazioni da seguire per raggiungere qualsiasi destinazione di viaggio (navigatore nda) lo avrebbero arso vivo!!!
Eppure, noi oggi, sperimentiamo tutto ciò come se fosse la cosa più scontata della terra.
Tutto ha potuto avere creazione solo dopo che qualcuno (appartenente alla community del mondo alla rovescia) ha osato immaginarlo nella sua mente.
E’ notizia di poche ore fa, che l’atleta e paracadutista austriaco Felix Baumgartner (43 anni) si è lanciato da oltre 39 km di altezza. In caduta libera per ben oltre 4 minuti e superando la barriera del suono (1000 km/h). Un’impresa pazzesca che dimostra per l’ennesima volta che i limiti sembrano fatti per essere superati.
Mi viene da dire: ma ci te lo fa fare? Ma a che serve?
Però penso al fatto che quando qualcuno abbatte un limite, anche apparentemente senza senso, sta dando un segnale forte all’intera umanità. Come fecero i fratelli Wright nel 1903 quando a Kitty Hawk fecero volare per la prima volta un aereo da loro costruito.
I limiti esistono, eccome se esistono. Lo sappiamo tutti. Ma è dentro di noi il limite più grande. E’ quello che dobbiamo avere il coraggio di affrontare e di superare. Proprio come deve aver fatto anche Felix Baumgartner.
A scuola di coaching da mio figlio Michele
Cercare di essere un bravo genitore è un dovere piuttosto impegnativo, e non sempre ci si riesce; quantomeno non in tutte le situazioni.
Ho letto un sacco di libri di carattere pedagogico, dai più divulgativi (tipo “Fate la nanna”… e chi non l’ha letto!!??) a quelli un po’ più di nicchia (tipo quelli di Rudolf Steiner) e devo dire che, soprattutto i secondi, mi hanno dato nozioni e spunti fantastici. Anche le conoscenze più strettamente legate al coaching e allo sviluppo personale, che indago da oltre vent’anni, mi stanno aiutando molto.
Mi sono trovato, e mi trovo tutt’ora, a trasmettere ai bimbi atteggiamento e approcci non dogmatici che possono aiutare loro a vivere meglio sotto ogni profilo. Spero ovviamente che tutto ciò porti i risultati sperati.
Ma veniamo al tema del titolo.
A scuola di coaching da Michele.
Mio figlio Michele ha attualmente 4 anni e 1/2. Come molti altri bambini della sua età, vive momenti di sicurezza ed altri di timidezza. Questi ultimi sono quelli che noi genitori soffriamo di più e nei quali le persone (adulte) che lo incontrano e che cercano di accattivarsene le simpatie gli dicono frasi del tipo: “oh… ma sei un bambino timido…” e io dentro ribollo…
Da qualche settimana mi sono accorto che nelle situazioni in cui si sente inadeguato, timido, in difficoltà, non all’altezza, fa una determinata cosa. Questa cosa, dal mio punto di vista, è una trovata intelligentissima, anche perchè FUNZIONA! E’ una sorta di ristrutturazione mentale mista a un cambio di prospettiva e di sottomodalità percettive. Da quando l’ho notato la prima volta, ho iniziato ad osservarlo con più attenzione ed ho potuto vedere come e quando la mette in azione.
Ad esempio lo fa soprattutto con persone. Quando qualcuno lo mette in difficoltà o imbarazzo Miki applica la sua fantastica tecnica e, ripeto, funziona!
Prima intimorito, si nasconde dietro le mie gambe (piccino, ma quanto mi fa tenerezza???), dopo aver applicato la sua fantastica tecnica sorride ed esce dal suo “rifugio” con la sua solita aria baldanzosa.
E’ così furba che secondo me varrebbe la pena di trasmetterla e insegnarla anche ad altri bimbi.
Metaforicamente sarebbe fantastica anche per gli adulti, intendiamoci, ma per i bimbi secondo me “spacca davvero”!
Come? vuoi sapere di cosa si tratta? Ah… hai anche tu dei bimbi… e ogni tanto si nascondono dietro le tue gambe un po’ intimoriti?
Ok, ok… ecco LA FANTASTICA TECNICA DI MIKI schematizzata in soli 3 passi:
1. Portare due dita (pollice e indice) vicino ad un occhio mentre si chiude l’altro.
2. Guardare la persona (o l’oggetto) che crea il disagio attraverso le due dita
3. Allontanare le dita dall’occhio mantenendo però la dimensione/distanza dell’oggetto ed escalamare con soddisfazione…
TU SEI GRANDE COSì!
Non è geniale?
Provare per credere. Ciao!
Sei sicuro di sapere ciò che vuoi? Steve Jobs ed Henry Ford possono aiutarti a capirlo.
Negli anni ’90, quando organizzavo e tenevo corsi di memorizzazione e lettura veloce, facevo delle conferenze gratuite nelle quali parlavo delle tecniche di memoria e poi presentavo e vendevo il seminario full immertion. La gente che veniva ad ascoltare le mie conferenze non sapeva minimamente di aver bisogno di migliorare le proprie performance mnemoniche, salvo pochi e sparuti casi.
Fintanto che non sperimentavano l’esperienza di riuscire a memorizzarre più velocemente e un maggior numero di informazioni con meno fatica e in meno tempo, la loro memoria non rappresentava un qualcosa da dover migliorare. Ma alla fine della presentazione, praticamente la totalità dei presenti, avrebbe desiderato frequentare il corso. Prima della presentazione, loro non sapevano di voler frequentare un corso di memoria, dopo lo sapevano.
Faccio un salto quantico e vado oltre oceano. Qualche anno fa, un genio chiamato Steve Jobs pensò di voler aggregare in un unico apparecchio elettronico, molteplici funzionalità: telefono, musica, foto, video, internet, email, agendaplanner, ecc… Non esisteva nulla di simile in commercio e probabilmente nessuna persona in quel momento (tranne lui) voleva un apparecchio simile, o forse sarebbe più giusto dire: “non lo voleva ancora“.
Dopo la presentazione ufficiale dell’iPhone però, milioni di persone si sono recate presso gli Apple Store per acquistarne uno. E’ diventato il prodotto più venduto di sempre. Le persone non lo sapevano; volevano altre cose, fino a quando Steve Jobs non gli ha detto che si poteva avere un apparecchio capace di eseguire tutte le funzioni possibili.
Faccio un altro salto quantico e vado indietro nel tempo… Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica, produsse le sue auto in un momento in cui le persone usavano ancora i carretti trainati dai cavalli. Una volta dichiarò: “se avessi chiesto alla gente cosa volevano, mi avrebbero risposto “un cavallo più veloce”, mentre io volevo vendergli un’auto“.
Questo concetto si può guardare da due diverse angolazioni.
La prima è quella del visionario. Se riesci a guardare oltre e a far vedere alle persone ciò che non sono abituati a vedere, le saprai anche guidare. Le indagini di mercato sui bisogni dei consumatori valgono fino a mezzogiorno. A volte le cose vanno in maniera diversa.
La seconda è quella di chi pensa di sapere ciò che vuole. Ne sei così sicuro? Ciò che noi vogliamo il più delle volte è legato a ciò che conosciamo. Conoscere più cose, vivere esperienze diverse, allargare la propria mappa del mondo, ci può aiutare a conoscere meglio ciò che vogliamo.
Something to think about!
Visto che ti ho parlato dei corsi di memoria ti comunico che Ekis ha deciso di riproporre questo straordinario corso ai suoi clienti. Ti interessa partecipare alla conferenza gratuita in cui presentiamo le tecniche e il corso?
Questo si che è talento e… sinegia!
Questo video è un’ottimo esempio di come si possa lavorare in sinergia. Uno dei tanti esempi che la creatività e il talento possono offrire.
Ognuno ha il suo compito; ognuno fa il suo, nessuno disturba l’altro; tutti contribuiscono al risultato finale; ognuno offre il proprio talento per un risultato di eccellente livello… con il minimo delle risorse.
Ah, tra l’altro, ma hai sentito quant’è bella questa canzone? Si intitola “Somebody That I Used to Know“
Qui trovi anche la versione originale.
Charlie Chaplin… che grande Coach sarebbe stato!
Ai giovanissimi il nome di Charlie Chaplin non dirà nulla, nemmeno quello di Charlot! Si tratta del personaggio più illustre interpretato dallo straordinario attore americano premio oscar per la carriera.
Perchè dico che sarebbe stato un bravo coach? Beh, intanto perchè sono convinto che una persona in grado di trasmettere emozioni solo con il linguaggio non-verbale, come lui sapeva fare, sia un grande comunicatore, caratteristica importantissima per essere un bravo coach. Inoltre perchè aveva l’abilità straordinaria di recitare egregiamente parti comiche come parti drammatiche. Sapeva quindi immergersi completamente in uno stato interiore coerente con l’emozione che doveva trasmettere. In altre parole sapeva “recitare” senza fingere.
Ma il vero motivo di questo mio post è legato a un video che ho scovato sulla rete. E’ tratto da un film straordinario che vidi per la prima volta quando ero piccolo. Il film si intitola “Il grande dittatore” e questo video è un montaggio più che mai attuale del toccante “Discorso all’umanità” che il protagonista del film tenne in maniera solenne.
Le sue parole sono pazzesche e… non ti spiego oltre. Guardati il video.
Buona visione.
La crisi uccide! Ma sì… diamo la colpa alla crisi.
E’ incredibile come il genere umano cerchi sempre un capro espiatorio. E’ difficile assumersi la responsabilità di come vanno le cose e soprattutto delle proprie decisioni. E’ difficile assumersi la responsabilità di come sia il nostro stato di salute fisica e mentale. E’ molto più facile e sbrigativo trovare qualcuno o qualcosa a cui attribuire le colpe delle nostre disfatte.
Le cose che sto per dire sono poco carine e forse provocatorie, ma credo che sia importante esprimerle.
Mi spiace davvero per l’epilogo tragico della vita di queste persone, e mi dispiace per il dolore arrecato ai loro cari. Mi spiace davvero. Tuttavia mi sento di esprimere il mio disappunto sull’interpretazione che ne viene data nell’articolo di cui ho riportato un pezzo. Non ho fatto una verifica ma ho motivo di pensare che altri media abbiano cavalcato la situazione per sfoderare titoli e versioni sulla stessa lunghezza d’onda.
Se accettiamo per buona la tesi che sia stata la crisi a provocare la morte di queste persone piuttosto che le loro scelte e le loro azioni degli ultimi anni (e non solo quelle di adesso) accettiamo di non avere alcun potere sul nostro destino. Accettiamo implicitamente che sia la crisi (e quindi le persone che hanno potere di manovra su di essa -- ossia politici e persone di potere) a decidere “che fine faremo”. Accettiamo di pensare che domani potrebbe capitare anche a noi. Accettiamo il fatto che un contesto avverso possa essere tanto più forte di noi da spingerci a toglierci la vita.
Posso capire le motivazioni che hanno condotto al suicidio, ma non accetto che si imputi la colpa alla crisi. Posso comprendere che la crisi abbia messo in grave difficoltà l’equilibrio finanziario della persona e della sua famiglia, ma questo non provoca automaticamente il suicidio. C’è un passaggio che manca, ed è un passaggio troppo importante da permettersi di liquidarlo in maniera così “superficiale”.
Nell’articolo del Corriere della Sera non si fa menzione delle convinzioni della persona; del suo stato psico-fisico; della sua forza interiore; del suo amore per la vita; del suo entusiasmo; del suo coraggio, ecc. Non si fa menzione di come abbia vissuto le sfide e le difficoltà negli ultimi mesi/anni. Non si fa menzione del sistema col quale queste persone fossero in grado di interpretare gli eventi ed attribuire loro giusti significati. Non si parla della consapevolezza circa se stessi e le proprie risorse.
E’ ovvio che non si parli di queste cose, lo capisco, ma credo che sia proprio lì che si nascondano le vere motivazioni che hanno causato il loro suicidio.
La crisi economica e le difficoltà sono stati sicuramente degli scatenanti, ma come lo sono per tutti. C’è però chi reagisce in un modo e chi in un altro. Non è la crisi ad uccidere, è l’uomo che uccide.
La forza interiore che ti impedisce un gesto tanto estremo e che ti aiuta a continuare a vivere in maniera decorosa e onorevole non dipende dalla crisi nè dal denaro che abbiamo o non abbiamo. La nostra forza interiore dipende da noi stessi. Dobbiamo mettercelo in testa una volta per tutte, e smetterla di veicolare messaggi diversi, altrimenti finisce che le persone ci credano davvero!
Non conosco la vita di questi individui, e non vorrei con quello che scrivo mancare in alcun modo di rispetto alle loro esistenze. Scrivo ovviamente per chi è in vita e per chi il vento di questa benedetta crisi se lo beccherà tutto in faccia. Scrivo per chi ha deciso di affrontarla qualsiasi cosa accada. Scrivo per coloro i quali vogliono provarci con tutto se stessi a venirci fuori. Scrivo per chi decide di voler essere felice a prescindere. Scrivo per dare forza e stimoli a chi vuole assumersi la responsabilità di quel che gli accadrà. Scrivo anche per chi questa crisi non la riconosce tale ed è continuamente alla ricerca di opportunità. Scrivo per chi sa intimamente che vivrà comunque una vita felice, degna di essere onorata fino in fondo.
Spero proprio di scrivere anche per te!
Suggerisco di cuore di guardare il film “Alla ricerca della felicità”, con Will Smith. Certo è un film di Holliwood, ma racconta una storia realmente accaduta.
Ecco un piccolo estratto.
PS. Piccola curiosità. Rileggi il titolo. LA CRISI UCCIDE, CINQUE GLI IMPRENDITORI SUICIDI. C’è un’enorme contraddizione di forma. E’ la crisi che ha ucciso, o sono gli imprenditori che si sono suicidati?
Il mio consueto messaggio di buon anno.
Ultimo giorno dell’anno. Stiamo per archiviare anche il 2011. Com’è andato?
A livello collettivo, dal punto di vista economico, politico, sociale è stato un anno molto duro. Spero invece che a livello individuale, per te, sia stato un buon anno.
Queste feste sono una boccata di ossigeno per aiutarci a riprendere fiato. Tra poco si riparte per una nuova avventura, il 2012, e abbiamo l’obbligo morale, ma anche il piacere, di fare di tutto per renderlo speciale. Ecco, vorrei partire da qui, dal piacere di rendere il 2012 davvero speciale, per noi stessi, per chi ci sta vicino e per tutte le altre persone che avremo modo di influenzare anche in maniera indiretta.
Questo audio l’ho appena registrato e contiene i miei auguri per te.
Quest’anno non mi sono limitato a fare gli auguri, ma ho voluto includere alcuni suggerimenti che possono apportare valore aggiunto alla tua vita.
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Buon 2012.
PS. Lascia un commento con i tuoi migliori auguri per tutti.
In montagna a lezione di coaching.
Ho sempre scelto il mare alla montagna. Nonostante ami camminare, la vacanza d’estate non era tale se non c’era il mare di mezzo. La montagna in inverno, per sciare, e il mare in estate. Conto sulla punta delle dita di una mano, le volte che sono stato in montagna d’estate per fare delle escursioni e camminare. Una di queste l’ho proprio fatta pochi giorni fa, e mi è piaciuta talmente che mi sono ripromesso di farne con continuità.
Come oramai saprai, amo fare collegamenti tra le esperienze di vita quotidiana e la crescita personale. Credo profondamente che la vita continui ogni giorno a darci lezioni preziosissime, a volte mascherate da semplici “faccende da sbrigare” e altre volte mascherate da attività più impegnative. Il coaching che amo fare, si nutre di questi parallelismi.
Sta di fatto che mi lascio coinvolgere volentieri nell’organizzazione di questa “simpatica spedizione”: eravamo tre adulti, tre bimbi e un cane. Arriviamo al rifugio “Battisti” dopo un’ora e mezza di camminata. Prendiamo alloggio, e ci andiamo a fare una bella passeggiata fino al lago Bargetano, dopodichè si rientra in rifugio.
Il giorno dopo si parte per la cime del monte Cusna. Sono “solo 2121 m” non si tratta di un ottomila, intendiamoci, ma quando guardi un monte da lontano, soprattutto se lo vedi immerso nelle nuvole e scuro per l’ombra, incute sempre un po’ di timore. Il primo pensiero che abbiamo avuto tutti, essendo alle prime armi, è stata “troppo lunga, e difficile arrivare lassù in cima”. Non abbiamo avuto il coraggio di dirlo apertamente, ma lo abbiamo pensato tutti.
In quei pensieri la mia voce interna mi ha tranquillizzato: “lo fanno tutti, anche i bambini, quindi… è solo questione di mettersi in marcia”. E così abbiamo fatto. La camminata è stata abbastanza lunga e, per un primo tratto (1h 15 min), la vetta del monte non si vedeva nemmeno perchè coperta da un crinale. Questo è stato un bene perchè sennò ci avrebbe ricordato il pensiero iniziale. Così, il nostro obiettivo è stato subito portarci alle pendici del crinale. Dopodichè, il secondo obiettivo è stato salire sul crinale. Ripido e un po’ faticoso (soprattutto per i bimbi) ma alla fine siamo stati premiati dall’incantevole vista. Da una parte i monti delle Alpi liguri e dall’altra le colline e le valli del reggiano: la pietra di Bismantova, il Ventasso, ecc.
A quel punto vediamo di nuovo la vetta del Cusna, e ci ricordiamo che l’obiettivo è sempre là, ancora distante. Individuiamo due punti intermedi: la stazione finale di una seggiovia, e una punta roccio
sa da aggirare abbastanza bruttina da vedere. La cartina la indicava con lo spettrale nome di: “La roccia della morte”. Meglio non chiedersi il perchè… Proseguiamo. La punta del Cusna è sempre più in ombra e appare abbastanza impervia da raggiungere. Mi chiedo come sia possibile che ci facciano arrivare dei bambini… mah! Forse sono io che vedo qualcosa che non è come sembra, e mi dico: “prosegui, arrivaci quantomeno ai piedi”.
Superiamo la roccia e la seggiovia. A questo punto dobbiamo passare lateralmente da una cima che si trova proprio a fianco della nostra meta ultima. Il sentiero è stretto e alla sinistra c’è un dirupo abbastanza preoccupante… penso ai bimbi. Chiedo loro di fare attenzione e, sempre con tranquillità e motivazione, ci portiamo avanti fino ai piedi della cima. Alla fine ci troviamo proprio di fronte all’obiettivo e, dopo aver camminato per due ore e mezzo, non abbiamo la minima intenzione di fermarci qui.
Fortunatamente ci sono due vie per raggiungere la vetta: una diretta dove si arrampica una parete esposta e una più semplice che aggira il monte e sal
e da dietro. Ci avevano caldamente sconsigliato la prima (riservata ai più esperti) così decidemmo di prendere la strada più lunga ma più sicura. Altri 40 minuti e alla fine… siamo sulla vetta del monte.
I bimbi sono elettrizzati, e stranamente anche io mi sento nello stesso modo. Si tratta di un monte piuttosto basso e con un percorso a zero difficoltà eppure la sensazione era davvero forte. Avevamo conquistato un obiettivo che ci sembrava quasi impossibile da giù! E allora, mentre sono lì in cima, penso alla vita di tutti i giorni; a come sembrino irraggiungibili gli obiettivi quando li guardi da lontano. Penso a quante persone si scoraggino ancor prima di cominciare e per questo motivo non si mettono nemmeno in marcia.
Nella disceva per tornare al rifugio, penso a cosa ci ha permesso di arrivare alla meta, nonostante le perplessità iniziali e ne traggo alcuni punti che ritrovo essenziali anche nella vita:
- Ci siamo comunque messi in marcia. Alla peggio avremmo fatto una bella passeggiata sul crinale e visto un panorama fantastico.
- Non ci siamo demotivati o scoraggiati a vicenda. Nonostante tutti avessimo pensato alla possibilità di non farcela (anche per i bimbi), nessuno a cercato di “dissuadere gli altri dall’impresa.
- Ci siamo fissati piccoli obiettivi di volta in volta: il crinale; la seggiovia; la roccia della morte, ecc.
- Quando incontravamo persone di ritorno dalla vetta, attingevamo sempre più fiducia.
- Tutti eravamo motivati dall’idea di arrivare in vetta.
Sono convinto che se nella vita riuscissimo sempre ad avere questo atteggiamento, potremmo conquistare un sacco di “vette” in più.
Ci vediamo sulla vetta! Buona camminata.
Parola d’ordine: Responsabilità! Questa sconosciuta.
Se c’è una parola che più di qualsiasi altra rappresenta per me l’essenza della maturazione e dello sviluppo di una persona, quella è Responsabilità. Letteralmente significa abilità nel rispondere e in soldoni significa attribuire a se stessi la forza e il potere da cui originano i risultati che otteniamo, nel bene e nel male. Ciò che ci accade non è per puro caso, anche quando può sembrare così.
L’errore più grande che una persona possa fare è proprio pensare di essere un fortunato/sfortunato, oggetto della casualità, attribuendo all’esterno le ragioni della propria felicità/infelicità.
Alla fine è sempre colpa di qualcosa o qualcuno, mai una nostra responsabilità.
Non conosco la Verità, quella con la V maiuscola, ma ho delle convinzioni forti a riguardo. Credo che assumendomi la responsabilità, conferisco a me il potere di cambiare e di influenzare, se non addirittura determinare, ciò che mi sta accadendo. Assumendomi la responsabilità posso assumere un ruolo attivo passando da oggetto a soggetto principale e protagonista.
Purtroppo però è difficile riuscire a inquadrare per bene quali siano le nostre responsabilità e quali no. Secondo alcune filosofie spirituali, qualunque cosa che arrivi a noi contiene in essa una nostra responsabilità, altrimenti non sarebbe arrivata fino a noi. Anche quando sembra totalmente, e sottolineo TOTALMENTE, estranea a noi e alla nostra capacità di influenza, c’è una piccola responsabilità che ci riguarda.
Forse può sembrare un po’ eccessivo, ma in un mondo che ci insegna a puntare il dito sempre verso l’esterno, e a farsi scivolare addosso qualsiasi cosa, preferisco un eccesso di responsabilità!
Quando perdo un po’ di convinzione a riguardo, mi basta aprire i giornali e leggere qualche articolo sui nostri politici e mi rimetto subito in sesto! Ricordo ancora le parole di Scajola quando disse di non sapere come e perchè qualcuno gli avesse depositato sul conto corrente quasi un milione di euro per pagare la sua casa. Fantastico… e io mi chiedo: “qual è la mia responsabilità in questo?”. La mia responsabilità è che tuttosommato, ho sempre assistito al siparietto della politica pensando che non fosse anche “cosa mia”, e invece eccome se lo è! Come dice Grillo sono dei dipendenti di noi Italiani e dovrebbero fare i nostri interessi… non solo i loro e non così spudoratamente e impunemente!!! In questo momento di evidente instabilità economica e politica ci sarebbe proprio bisogno di persone che si assumessero la responsabilità di come stanno andando le cose e di come farle andare meglio. Non credi anche tu?
Ma torniamo ad argomenti più vicini alla nostra quotidianità. Due dei temi più significativi per la vita di ogni persona, quali la salute e le relazioni, necessiterebbero di dosi massicce di responsabilità da parte di ognuno di noi.
Conosco poche persone che si assumono realmente la responsabilità del proprio stato di salute ad esempio. Lo dicono a parole ma non con i fatti. Ai primi sintomi di malessere sono pronti a recarsi in farmacia o dal medico per un qualsiasi rimedio, salvo poi reiterare gli stessi comportamenti che li avevano causato il male, d’altronde sarà sicuramente stato un virus, un batterio, il freddo, la vecchiaia, la genetica, ecc.
Lo stesso vale nelle relazioni. Si litiga con il/la partner ed è sempre colpa dell’altro; si discute con il capo ed è sempre una testa di c…; si impreca con l’automobilista perchè sicuramente va più lento di quanto dovrebbe… Se ci pensi, è sempre colpa di qualcuno…
La realtà è che non è una questione di colpe ma di responsabilità. La salute e le relazioni sono due aree della vita in grado di determinare il livello di felicità e soddisfazione di ognuno di noi. Lo dico con cognizione di causa, visto che da oltre dieci anni tengo un corso di ben 5 giorni interamente dedicati a questi temi (Vitality Coaching). Il mio obiettivo è quello di far diventare i partecipanti totalmente responsabili della propria salute e delle proprie relazioni. Lavoro arduo, difficile ma altamente gratificante.




















